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 Post subject: I Pelasgi - Cosa testimoniano le mura poligonali?
Post Number:#1  PostPosted: Fri Jul 30, 2010 11:03 am 
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Martedì, 17 Marzo 2009, Ancona

I Pelasgi

scritto da Tiziana Pompili
Da Orbetello ad Altamura: Cosa testimoniano le mura poligonali?


Premessa: da uno studio di Achille Miglionico.


Con opportune precisazioni, oggi è ancora utile suddividere la Preistoria-protostoria.

Gli studiosi si accorsero ben presto che le "Età" fornivano solo indicazioni sugli stadi di sviluppo ma non datazioni sovrapponibili. Altra obiezione da muovere al Sistema delle Età - ai fini di datazione - è che le culture non procedono nel medesimo senso e con la medesima velocità.

L'evoluzione culturale procede, non linearmente salta, si ferma, può balzare in avanti o lateralmente, può retrocedere.

lIn Europa, l'inizio di una vera e propria architettura può essere fatta risalire al Neolitico. A partire dal IV millennio a.C., tribù di pastori ed agricoltori edificarono rozzi monumenti caratterizzati da megaliti (dal greco, megas, grande; lithos, pietra).

Non si tratta mai di abitazioni bensì di qualcosa che ha a che fare con opere pubbliche: monumenti, tombe collettive, recinti cultuali (sorta di templi all'aperto).

Appare utile, nell'ambito europeo, supporre l'esistenza di una cultura megalitica autoctona.

Tra la fine del III e l'inizio del II millennio a.C. - spiega Lo Porto - la penisola italiana è investita dalle correnti culturali provenienti dall'area danubiana e dalle civiltà palafitticole del Nord, dalle influenze occidentali sulla via di penetrazione del vaso campaniforme e dagli apporti più concreti delle civiltà protoelladiche ed egeo - anatolico - cipriote, forse sulla rotta del commercio del rame e stagno. Con le merci viaggiano le idee, quindi la cultura.

I Pelasgi


Quando si parla dei Popoli Italici, non si accenna quasi mai ai Pelasgi. Eppure in un lontano passato essi migrarono qui e vissero a lungo in Italia.

Chi ha studiato un po' Omero a scuola si ricorderà di certo dei Pelasgi, così il poeta greco chiamava gli abitanti di Ilio o se preferite Troia, in Anatolia.

L'antico nome della Grecia tramadatoci da Erotodo è proprio Pelasgia, la patria dei popoli greci come gli Ateniesi, gli Arcadi e gli Eoli.

Possiamo dire che prima delle invasioni elleniche del II millennio a.C., i Pelasgi erano una popolazione che, in tempi preistorici, occupava un vasto territorio. I Pelasgi rappresentano una cultura importantissima per tutto il bacino del Mediterraneo.

Secondo gli scavi di Catalhoyuk realizzati nel 1955 e nel 1979, essi migrarono dall'Asia Minore nel IV millennio a.C. e si stabilirono intorno al bacino dell'Egeo fino all'Italia meridionale molto prima dei Greci.

Recentemente nel popolo dei Pelasgi vengono incluse anche le popolazioni indigene pre-indoeuropee del Caucaso.

Secondo Tucidide, come per Sofocle, anche i Tirreni (altro nome per gli Etruschi) sono annoverati tra i Pelasgi.

Ma Dionigi di Alicarnasso nel suo "Antichità Romane" nel I sec. a.C., parlando di cose avvenute 4 secoli prima riferiva: "Ellanico di Lesbo dice che i Tirreni prima si chiamavano Pelasgi e presero il loro attuale nome dopo che si stabilirono in Italia."

E non riteneva giuste le teorie che identificavano gli Etruschi con i Pelasgi o i Lidi dichiarandosi a favore dell'ipotesi che fossero un popolo «non venuto di fuori ».

Dice ancora Dionigi di Alicarnasso: "Dopo che i Pelasgi ebbero lasciato la regione, le loro città furono occupate dai popoli che vivevano nelle immediate vicinanze, ma principalmente dai Tirreni, che si impadronirono della maggior parte di esse, e delle migliori. Sono convinto che i Pelasgi fossero un popolo diverso dai Tirreni. E non credo nemmeno che i Tirreni fossero coloni Lidii, poiché non parlano la lingua dei primi."

Nel V sec. a .C. Erotodo, nel suo "Storie", invece scriveva: "Sotto il regno di Atis, figlio di Manes, tutta la Lidia sarebbe stata afflitta da una grave carestia. Per diciotto anni vissero in questo modo. Ma il male, lungi dal cessare, si aggravava sempre più. Allora il re divise il suo popolo in due gruppi: quello estratto a sorte sarebbe rimasto, l'altro avrebbe cercato fortuna altrove. Alla testa dei partenti pose suo figlio, chiamato Tirreno. Dopo aver costeggiato molte coste e aver visitato molti popoli giunsero nel paese degli Umbri e vi costruirono varie città in cui tuttora abitano. Ma mutarono il nome di Lidii in un altro, tratto dal figlio del re che li aveva guidati: prendendo il suo stesso nome si chiamarono Tirreni."

Non addentriamoci oltre nel ginepraio delle citazioni di resoconti storici. Questi elementi sono già sufficienti a comprendere quale confusione regna sull'argomento, quante diverse opinioni si possono leggere e quanto poco sappiamo sulle origini dei Pelasgi e dei popoli che abitarono nella penisola italiana nei tempi più remoti.

Si può comunque capire che agli inizi del primo millennio a.C. l'Italia, fu interessata dall'arrivo di varie popolazioni che si sovrapposero, e a volte si sostituirono, a quelle già esistenti.

Quello che si può evidenziare, attraverso una osservazione oggettiva è una sorta di "fil rouge" che lega l'antica storia italiana e che fa sospettare che tutto abbia origine da una cultura unica, forse addirittura autoctona.

Ma procediamo con ordine cucendo insieme notizie certe e ipotesi.

Sembra che il termine Pelasgi significhi "stranieri". Infatti originariamente il loro nome era Hethei.

Secondo la Bibbia essi discendevano da Het, nipote di Cam, figlio di Noè.

Alcuni studiosi hanno individuato nei Pelasgi caratteristiche non indoeuropee soprattutto di tipo linguistico e culturale.

Per esempio toponimi non greci nella regione, miti e divinità che non hanno equivalenti in altri popoli indoeurpei e anche alcune iscrizioni (di particolare interesse quelle di Lemnos), che usano una versione dell'alfabeto greco occidentale simile a quello degli Etruschi.

Nel saggio "I Miti Greci" Robert Graves afferma che le origini della mitologia greca ha radici in quella dei Pelasgi, soprattuto per ciò che concerne il culto della Dea Bianca, ovvero la Grande Madre, divinità femminile primordiale che si manifasta nella terra e nella capacità di generare come mediazione tra il divino e l'umano.

Graves fa riferimento al fatto che la Dea Bianca si ritrova nella mitologia celtica, portata fino alle isole britanniche dalle migrazioni pelasgiche.

Si suppone anche che fossero un popolo stabile e dedito all'agricoltura.

Tucidide (I 7, 1) cita i Pelasgi come un popolo che cingeva con mura i suoi insediamenti: "Quelle città che furono fondate per ultime e che acquistarono maggiori ricchezze con lo sviluppo della marineria furono costruite con le mura sulla spiaggia stessa del mare e occuparono gli istmi per favorire i loro traffici.."

Che i loro "accampamenti" fossero circondati da imponenti mura ciclopiche, realizzate con emormi pietre poligonali unite ad incastro senza malta, è un aspetto molto interessante. Una particolare caratteristica per un popolo di agricoltori così arcaico..

È evidente che edificare queste mura fosse un'esigenza e non solo a scopo di difesa ma anche per effettuare modifiche alla superficie del territorio e la tecnica utilizzata è sorprendente per robustezza e perfezione.

Si può notare che in opere di fortificazione di questo tipo, cinte murarie, sostegni di terrapieni, ecc., la compattezza della pietra garantiva la resistenza sia ai dissesti provocati da cedimenti del terreno, che da attacchi bellici, senza necessità di fondamenta o di collanti cementizi di sorta.

In Italia esistono molte testimonianze di mura megalitiche, altrimenti dette mura ciclopiche.

Alcune si trovano in centri tutt'ora abitati (o nei pressi), spesso in zone che un tempo erano paludose, altre sono state individuate su alture, anche in zone impervie dove spesso il clima invernale è inclemente, mentre le tracce degli insediamenti urbani si trovano a volte più a valle, in zone più accessibili e vicine a corsi d'acqua.

Si deduce che per finalità difensive i Pelasgi prediligessero di porre i loro abitati in modo che fossero inaccessibili da un lato per motivi naturali e perciò paludi o dirupi montani risultavano ideali allo scopo.

Per comprendere chi costruì le mura poligonali e come furono edificate sarebbe necessario approfondire la conoscenza di quei popoli che si stabilirono in Italia prima del sopravvento dei Romani. Ma è un'impresa ardua: c'è molta ignoranza sui cosiddetti "Popoli Italici" e sulle civiltà che li precedettero e molta è la discordanza nei resoconti degli storici.

Il primo studioso delle mura megalitiche che si ricordi fu l'architetto Ciriaco Pizzecolli di Ancona. Egli disegnò nel 1436 le fortificazioni di Azilla nell'Epiro, che i sostenitori della teoria Pelasgica considerano il luogo d'origine del flusso migratorio di quel popolo sconosciuto (o "straniero") che si stabilì in Italia.

La quasi totalità delle fortificazioni ciclopiche che si trovano sul territorio italiano sono state attribuite agli Etruschi o ad altri popoli piuttosto che ai Pelasgi.

C'è da dire che mancano elementi di prova sicuri e questo non permette agli studiosi di trarre conclusioni unanimi per affermare con certezza che i Pelasgi furono tra i più antichi abitanti dell'Europa e che la loro civiltà fiorì anche nel nostro paese.

Tuttavia una panoramica che spazia su questi antichissimi resti archeologici, dal centro nord al sud della penisola, ci permette di raccogliere una tale quantità di elementi comuni che il sospetto che le mura megalitiche siano vestigia di un'unica cultura arriva a sfiorare la certezza.

L'errata attribuzione delle mura poligonali può dipendere soprattutto dal fatto che gli studi sono stati effettuati su testi antichi già distorti per questioni politiche e di potere.

Infatti nel corso della storia le vicende venivano narrate non tanto per raccontare l'esatta cronaca degli eventi, ma piuttosto la verità veniva modellata a favore dei potenti.

I regnanti, bramosi di vantarsi di un prestigioso passato, plasmarono la storia a loro favore e si appropriarono della paternità delle mura ciclopiche per giustificare una leggendaria discendenza mitologica.

Si può supporre che i cosìddetti Popoli Italici ebbero origine proprio dai Pelasgi e dai gruppi etnici migrati in Italia tra il IV e il I millennio a.C. soprattutto se si tiene in considerazione che la consuetudine dello "sciame votivo" era molto diffusa.

La Primavera Sacra (o in latino Ver Sacrum) era una usanza rituale che veniva praticata dalle popolazioni più arcaiche.

Per far fronte all'eccesso di popolazione che protava a gravi problemi di sopravvivenza, soprattutto nei in luoghi meno ospitali, in casi di calamità o carestie, era costume offrire agli dei tutti i nati tra il 1° marzo ed il 30 aprile (o 1° giugno secondo altre fonti).

Nei tempi più remoti pare si trattasse di vero e proprio sacrificio umano che successivamente subì un radicale cambiamento e che si trasformò in una cerimonia con la quale i giovani, diversamente destinati all'estinzione, venivano fatti migrare forzatamente verso altri territori nella speranza che potessero fondare una nuova collettività che godesse della protezione divina.

I piccoli gruppi, nel corso del tempo, assunsero le connotazioni di veri popoli che occuparono le diverse zone del teritorio Italiano.

Le future comunità di giovani erano guidate da una bestia simbolica, cara a qualche divinità, dal nome del quale animale potrebbero avere origine gli appellativi di vari gruppi etnici: il lupo (hirpus) per gli Irpini, il bue (bos) per le genti di Boviano, il picchio (picus) per i Piceni.

A proposito di questi ultimi, ad esempio, recenti studi dicono che questo ceppo antico, ordinato in piccoli stanziamenti e tribù distribuite nell'attuale terrritorio marchigiano tra l'Appennino e l'Adriatico, nacque da un ramo degli Umbri una delle popolazioni che nelle migrazioni del I millennio a.C., si stabilirono proprio nel territorio dell'alta e media valle del Tevere fino all'Adriatico. Anche con i Piceni risalire alle origini è estremamente difficile.

Sembra certo che il gruppo di Umbri, migrati con il rituale della Primavera sacra, si fusero con una presistente civilizzazione di probabile origine orientale, transadriatica, oppure nordica, ma quasi certamente non indoeuropea.

Così si ipotizza ricercando la radice etimologica di toponimi come Ascoli, Aso ed altri, che si possono ricondurre alla mitologia nordica degli Asi, e all'etimologia della parola "askl" che in Anatolia indicava centri abitati fortificati.

Sempre di origine umbra era il culto piceno della Dea Cupra, la Dea Bona, la Grande Madre protettrice, dea della fertilità, che, seppure con appellativo differente, è comune alla cultura pelasgica.

In sintesi l'idea di una omogeneità etnografica, culturale e politica dell'Italia protostorica, non esiste, come dimostrerebbero le fonti antiche. Inoltre non c'è concordanza nella tradizione letteraria per quanto riguarda le narrazioni delle migrazioni o dei gruppi autoctoni.

Tuttavia le mura megalitiche, a cui spesso è difficile dare una datazione esatta e che ci riconducono alle caratteristiche tipiche di fortificazioni pelasgiche, rappresentano una costante in una zona molto vasta del territorio italiano.

Forse le tracce di un unico ceppo etnico iniziale si possono intuire tra le infinite diramazioni si intrecciano in una fitta trama, tra sovrapposizioni di organizzazioni sociali, tradizioni e culture.

In Italia le mura ciclopiche sono un po' ovunque in particolare nel centro e nel meridione. È possibile che le mura ciclopiche siano la testimonianza di un'unica antichissima civiltà di origine mesopotamica?

L'itinerario parte da Orbetello, una delle città alla quale oggi, vengono attribuite quasi con certezza origini pelasgiche.

Alla ricerca di fortificazioni poligonali, si procede "a caso" tra la Tuscia, la Ciociaria, il Sannio, la Marsica, il Matese, la Peucezia, legando tra loro frammenti di una storia che si perde nel tempo più lontano.

TOSCANA

Le origini di Orbetello sono antichissime: alcuni reperti ossei e silicei testimoniano la presenza dell'uomo neolitico.

La particolarissima conformazione geografica della penisola di Orbetello ha contribuito a farne un territorio ambito, rappresentando un valido approdo navale riparato dai tempestosi venti di libeccio e un fioriente punto commerciale con le città dell'entroterra.

Come dimostrato dalle mura perimetrali, Orbetello è stata munita di fortificazioni fin dai tempi antichi che nel corso dei secoli i vari dominatori hanno ristrutturato, ampliato e modificato le preesistenti strutture difensive.

Le mura orbetellane vengono comunemente attribuite all'opera etrusca e romana, ma recenti studi hanno dimostrato che sono molto ma molto più antiche.

Mario Pincherle, l'autore di molti volumi di archeologia e tecniche dell'antichità, sostiene che e mura ciclopiche di Orbetello furono concepite da architetti mesopotamici in tempi ben più remoti degli Etruschi (si parla di 5000 anni fa) seguendo un sistema di progettazione che permetteva di costruire muraglie gigantesche resistenti ai movimenti tellurici e capaci di sopportare i naturali spostamenti del terreno dovuti al peso enorme dei massi.

Queste teorie sono illustrate su due libri "Il porto segreto di Orbetello" e" Le civiltà minoiche in Italia". L'archeologia ufficiale ha accolto queste tesi con totale scetticismo, ma le argomentazioni dell'autore dei volumi seganalati sono serie ed intriganti.

Osservando attentamente le mura ciclopiche di Orbetello, si notano alcuni archi che sembrano essere stati murati in epoca successiva alla costruzione stessa delle mura; se ne intravede uno in particolare, attraverso il quale probabilmente le barche potevano raggiungere tramite un canale l'attuale piazza Garibaldi, lasciando pensare che anticamente l'acqua raggiungesse il centro della città.

La parte più consistente delle fortificazioni orbetellane sorge sul lato più vulnerabile che guarda la terraferma. La cinta muraria, lunga in origine quasi due chilometri, circondava Orbetello sui suoi quattro lati.

Di queste mura si è conservato assai bene fino a oggi un tratto sul lato ovest, verso la laguna. Esse sono costruite in opera poligonale con grandi blocchi di arenaria e fungevano sia da mura cittadine che da mura portuarie.

Tali mura sono state forse precedute da una cinta più antica e probabilmente erano dotate di tre porte. Va notato che esse non poggiano sott'acqua direttamente sul fondo melmoso, bensì su una doppia serie di pilastri di legno di quercia e di pino (oggi rinforzate con colate di cemento).

Tutta la città di Cosa era cinta da mura, per un'estensione di un chilometro e mezzo; queste sono state costruite in opere poligonali con blocchi di arenaria. I blocchi, di notevoli dimensioni, sono stati regolarizzati sulla superficie esterna e fatti combaciare con tagli netti nei punti di giunzione.

La cinta muraria di Roselle misura 3.270 metri e mostra - in settori che possono essere ritenuti cronologicamente contemporanei - differenze evidenti dal punto di vista dei materiali utilizzati, rigorosamente di provenienza locale.

La cinta era realizzata, all'esterno, in opera poligonale, con grandi blocchi di forma irregolare posati sulla roccia appositamente spianata per assicurare stabilità.

Il profilo irregolare del muro veniva, poi, uniformato con l'aggiunta di piccoli tasselli in funzione di zeppa.

La cinta muraria di Vetulonia non è ancora chiaramente definita nel suo perimetro ma uno di questi tratti è ben chiaro e visibile.

Sono le cosidette Mura dell'Arce che sono incorporate fra le due torri medioevali, ancora oggi si nota perfettamente la struttura a grandi blocchi poligonali.

Quando Firenze era un piccolissimo approdo commerciale in riva d'Arno, malsana e paludosa, sul colle di Fiesole, ombroso e asciutto, veniva costruita la possente cinta muraria di cui vediamo ancora larghi resti.

Questa cintura di massi poligonali, lunga oltre due chilometri, difendeva una città nata almeno nel IV secolo a.C. ma con resti di insediamenti organizzati che risalgono al VII-VI secolo e con tracce di presenza umana così antiche che attraversano il primo e il secondo millennio a.C.

MARCHE

Anche nel territorio marchigiano non mancano località che testimoniano origini antichissime.

È difficile stabilire con esattezza la fondazione di Fermo, ma è indubbia la sua esistenza prima di Roma; lo documentano, tra le altre cose, le "mura megalitiche", costituite da possenti blocchi esistenti in talune parti della città.

Notevoli quelle nei pressi dell'abside di San Gregorio e davanti all'hotel Astoria; tali mura risalgono al IX secolo a.C..

UMBRIA

La città di Amelia, difesa a nord da uno sperone roccioso, è quasi per intero inanellata da possenti ed antichissime mura poligonali.

Quest'opera monumentale, che si estende per circa 800 metri, è eccezionale per vetustà e stato di conservazione.

Infatti la parte preromana, la più antica, che si trova all'interno del centro storico, è costituita da grandi blocchi calcarei megalitici poligonali, ma non regolare e in superficie ancora allo stato grezzo.

Si tratta di un ingegnoso lavoro di compatta sovrapposizione delle pietre, senza uso di malta cementizia.

I viaggiatori europei del '700, impressionati dalla massa dei blocchi e dalla possanza delle mura, dicevano che la cinta fosse opera della mitica popolazione dei Pelasgi.

Cesi, un paese addossato alla montagna sulle pendici del monte Eolo, è una frazione del comune di Terni.

Appena sotto l'abitato esistono ancora dei resti di mura poligonali che circondavano l'antica piccola città.

Sono state rinvenute porzioni di mura poligonali a Todi e Spoleto, tracce a Narni.

Ma anche notevoli ed importanti resti nel comune di Guardea, Lugnano in Teverina, Porchiano e Giove.

LAZIO

Con la definizione di Città saturnie si fa riferimento alle città della provincia di Frosinone unite nell'archeologia dell'ottocento per una comune mitica fondazione durante l'età dell'oro.

L'aspetto peculiare della Ciociaria preromana è caratterizzato dalla presenza di città completamente cinte da mura in opera poligonale e indicate dalla tradizione popolare come le città dei Ciclopi, fondate secondo il mito dal dio Saturno.

Le città sono caratterizzate da imponenti cinte di mura megalitiche poligonali, su cui poi si sono sviluppati i centri medievali.

Le mura poligonali, dette anche pelasgiche o saturnie, circondano la parte antica di Ferentino per circa 2,5 km.

Si è constatato che le acropoli pelasgiche presenti nel centro Italia, sono state edificate in base a precisi criteri astronomici, e che le stesse sono ubicate sul territorio secondo schemi che riproducono alcune costellazioni stellari del mito di Ercole.

La Valle di Comino è situata in provincia di Frosinone, a ridosso dell'Appennino abruzzese. Nell'antichità il centro più importante era Atina.

Secondo una tradizione mitica la città fu fondata da Saturno, e conserva i resti di mura poligonali a grossi blocchi di pietra.

Nella zona tratti di mura poligonali sono perfettamente visibili a Falascosa, a Cassino con le mura dell'antica Casinum guardano quelle di S. Vittore del Lazio sulle prime pendici del monte Sambùcaro e in altre località dei monti del Sannio.

La recente opera di due ricercatori locali, Vincenzo Orlandi e Luciano Caira, ha portato all'individuazione di un estesissimo circuito murario.

Una parte esterna, che comprende il Monte Morrone ed il Colle, ed una interna che aggira completamente la collina di Santo Stefano. Parte integrante di questo sistema difensivo è la cinta poligonale di Vicalvi e la analoga cinta poligonale di Monte Cierro (Sant'Elia Fiumerapido).

Nel comune di San Donato Val Comino si trova il fontanile di San Fedele con mura poligonali rinvenute in località San Fedele, nei pressi della sorgente omonima a testimonianza, forse, di una storia e di un'antichità ben più lontana di quella ufficialmente documentata.

Il sito di cui gli antichi ci hanno tramandato solo il nome nella versione greca Pyrgoi ("le torri") fu uno dei tre porti dell’etrusca Cére (attuale Cerveteri).

La presenza del circuito delle mura poligonali affioranti sul piano di campagna e parzialmente inglobate nelle strutture perimetrali del borgo rinascimentale di Santa Severa, ha orientato fin dal XVII secolo gli studiosi a riconoscere il sito dell’antica Pyrgi nel luogo del Castello stesso di Santa Severa.

Il problema della datazione delle strutture costruite in grandi blocchi poligonali ha da sempre impegnato gli archeologi, anche se molti riconoscevano un circuito estremamente antico, preromano, ad opera dei fondatori del santuario dell’area sacra di Pyrgi.

Un ulteriore tratto di mura è stato ritrovato inglobato delle fabbriche medievali e rinascimentali del Castello, in particolare nei locali della Legnaia.

Le mura poligonali di Arpino si dipartono da Civitavecchia all’altezza di 627 metri e scendono giù per il declivio fino ad abbracciare e chiudere la città nell’altra minore altura (Civita Falconara).

Esse non hanno fondazioni e sono costituite da enormi monoliti di materiale i cui banchi sono disseminati anche in vicinanza del sito di Arpino. La muraglia, in origine, si estendeva per 3 km, ma oggi ne rimangono circa 1,5 km .

La datazione delle mura di Civitavecchia trova discordi gli studiosi, però certamente l’arco a sesto acuto, porta arcaica d’ingresso all’Acropoli, rievoca in maniera determinante il sistema costruttivo delle gallerie di Tirinto e Micene.

Questo prodigioso monumento è alto 4,20 metri ed è formato da blocchi sovrapposti che si restringono verso la cima, tagliati obliquamente sul lato interno.

Secondo la leggenda, la città ernica nacque da un raggio di sole.

La maggior parte delle notizie sull’origine di Alatri è un po’ meno misteriosa grazie agli studi di don Giuseppe Capone, riportati nel libro "La Progenie Hetea".

Probabile è che gli Hetei provenissero dalla Mesopotamia, che raggiunsero l’Italia lasciandosi dietro una serie di costruzioni del tutto simili all’Acropoli di Alatri.

Non si conosce la data esatta della costruzione, ma la città fu costruita con precisione millimetrica, basandosi sul percorso del primo raggio di sole del 21 giugno (solstizio d’estate).

In quella data il sole sorge nell’angolo nord-est del muro orientale dell’Acropoli. Poi il sole si sposta ogni giorno più a Sud fino al 21 dicembre, data in cui raggiunge l’angolo più a meridione della stessa parete.

Molto suggestiva è la visione delle ombre che, proiettate tutte su una stessa roccia, fanno tornare indietro nel tempo, a quella mattina in cui Alatri ha visto i natali.

L’imponente roccia ciclopica dove convergono tutte le ombre è stata definita omphalos, centro sacro, ove il "divino" si congiunge con il "terrestre".

C’è da perdere la testa a seguire tutte le precisissime misure che collegano l’Acropoli alle varie porte e portelle che circondano la città.

I numeri riportati da don Capone, sono tutti divisibili per nove. Un’altra caratteristica particolare è la forma della cinta muraria, costruita riprendendo a modello la costellazione dei Gemelli.

La costruzione ciclopica, rappresenta, insieme alle mura urbiche, il monumento più antico e celebrato di Alatri. La sua struttura di contenimento è caratterizzata da possenti muraglie in opera poligonale, sorprendenti per la grandezza dei massi impiegati e per l’elevazione raggiunta, e racchiude per intero una vasta area sopraelevata.

Degne di ammirazione sono le due porte di accesso: la Porta Maggiore, ubicata sul lato meridionale, presenta un architrave monolitico di straordinarie dimensioni e la Porta Minore, assai meno imponente, ma di eguale suggestione.

La singolare architettura dell’Acropoli è un equilibrio di armonie e proporzioni progettuali, che vanno ricercate mediante un rigoroso calcolo matematico. Le misure che regolano il rapporto tra l’altezza e la larghezza delle due porte d’accesso, rispondono alla relazione denominata sezione aurea.

L’aspetto più rilevante dell’architettura ciclopica, va quindi ricercato nell’insuperata capacità di elaborazione tecnica e matematica. Per la sua posizione dominante e per l’inaccessibilità del luogo, l’Acropoli di Alatri ha svolto fin dalle origini la duplice funzione di spazio sacro e di presidio difensivo.

Anche la città di Anagni era completamente cinta dalle mura in opera poligonale, di cui oggi sono visibili poche tracce, lungo il versante settentrionale dell'antica acropoli. Purtroppo, nel corso dei millenni la cinta muraria ha subito numerosi rimaneggiamenti.

S. Felice Circeo: Ulisse e la Maga Circe, le mura ciclopiche e poligonali, i resti dell'uomo di Neanderthal, la Torre dei Cavalieri Templari.

Storia, leggenda e mito si armonizzano perfettamente in questa piccola e antichissima località del Lazio. Le origini di S. Felice Circeo sono documentate dall'acropoli e dalle mura ciclopiche dell'antica Circeii che si fanno risalire al IV-VI secolo a.C.

Si stagliano imponenti, fino a cinque metri di altezza, e massicce, con uno spessore di circa un metro e mezzo, per una lunghezza di oltre ottanta metri.

Sono le ciclopiche mura poligonali di Costalunga, impropriamente dette "di Monte Cierro", rinvenute sulle colline circostanti il monastero di Casalucense, alle propaggini di Monte Cifalco.

Gli enormi massi che compongono la muraglia, sono ben sovrapposti e saldati fra loro senza la benchè minima ombra di un qualche legante cementizio.

Segni è una delle più antiche cittadine del Lazio. La città è circondata da un'ampia cinta, perfettamente conservata.

Queste mura ciclopiche sono intervallate da numerose porte che si aprono lungo tutto il percoso della cinta, la più famosa di queste è la Porta Saracena, che presenta un monolite di copertura lungo oltre tre metri. Molti hanno paragonato questa cinta a quella della città greca di Micene.

Nei pressi di Norma, in prov. di Latina, sull'alta rupe che sovrasta Ninfa, troviamo le possenti mura poligonali di Norba, l'antichissima città del VI secolo a.C.

Tali mura - di cui non si conoscono le origini ed oggi uno degli esempi meglio conservati in Italia di fortificazione megalitica - coprivano un perimetro di 2662 metri ed erano chiuse da quattro porte.

Ad Alzano (Rieti) alle pendici del monte Fratta, sono conservati importanti resti di una struttura in opera poligonale molto articolata, la cui funzione è stata interpretata in molti modi diversi, ma probabilmente era un tempio dedicato ad Ercole.

Il tempio è costituito da tre ordini di mura poligonali disposti a gradoni. Il primo ordine è costituito da nove fila di massi ed è alto complessivamente poco meno di 5 metri e lungo una cinquantina.

Il secondo, 11 metri più a monte, è alto poco meno di 3 metri e lungo poco meno di 40. Il terzo, distante dal secondo 3,5 metri, è quasi del tutto crollato.

Tra i primi due muraglioni si trova la così detta Grotta del Cavaliere: una cella circolare sotterranea con pareti costituite da 5 fila di blocchi e chiusa in alto da due massi ciclopici con un foro centrale che dà luce alla grotta.

Rocca d'Arce, nella Valle del Liri, ha origini antichissime. Abitata sin dall'età del ferro come testimoniano i ritrovamenti archeologici, nel periodo preromano sul suo scolgio fu costruita la "Arx Volscolorum", una fortezza protetta da blocchi megalitici.

Secondo gli studiosi più antichi, Cori era protetta da più cinta di mura concentriche.

Gli studi più recenti invece considerano una sola cinta difensiva: quella più esterna; mentre attribuiscono agli altri tratti di mura in opera poligonale la funzione di terrazzamenti, atti a rendere più facilmente urbanizzabile la difficile situazione orografica, pur ammettendo un loro complementare carattere difensivo.

Le tre diverse maniere di opera poligonale utilizzata, distinguibili per diversi gradi di perfezionamento nella sovrapposizione dei massi, fanno ritenere la realizzazione eseguita in epoche differenti. La cinta esterna è considerata la più antica.

A Veroli, delle mura in opera poligonale che fortificavano l’antica città ernica di Verulae, sono rimasti pochi tratti.

Nella parte più alta le mura non dovevano solo fortificare la zona, ma dovevano sostenere un terrapieno che permettesse un ampliamento dell’area collinare.

In questo punto sono da individuare i tratti più antichi della città di Veroli, secondo alcuni studiosi risalenti forse al XII secolo a.C. (secondo la tradizione, opera dei mitici Pelasgi).

Al confine tra Lazio e Campania, si incontra Minturno anch'essa con le rovine delle antichissime mura poligonali, presso la foce del fiume Garigliano.

CAMPANIA

Morcone, in provincia di Benevento, si erge sulle ripide falde del monte Mucre, diramazione del Matese, affacciandosi sulla valle del Tammaro.

Il paese conserva avanzi di mura poligonali, ufficialmente attribuite con forti incertezze, all'opera dei Sanniti.

ABRUZZO E MOLISE

In Abruzzo si hanno tracce di mura megalitiche a Castel di Sangro e altre ne sono state individuate in Molise, ad Isernia e a Campobasso dove, sotto le mura medievali furono viste mura megalitiche di cui rimangono solo i disegni fatti dal Caraba (1844).

Altre ancora in molte località sulle alture del Sannio, tra cui solo nel Sannio occidentale sono stati individuati ben 54 insediamenti fortificati da mura poligonali.

Da Lanciano, seguendo la fondovalle Sangro, si giunge a Roccascalegna, borgo altomedioevale tra la Majella e il Sangro.

Nei dintorni il Monte Pallano, da cui si può controllare tutto il territorio, un punto strategico per la difesa della zona. Imponenti sono le mura megalitiche, costruzioni lunghe circa 200 m. e larghe e alte circa 5 m., costruite con enormi massi di calcare.

Questo muraglione era intervallato da alcune porte, poste a circa 60 m. una dall’altra, che permettevano l’accesso solo ad una persona per volta.

A poche centinaia di metri dall'attuale abitato di Pietrabbondante, alle pendici del Monte Saraceno, c'è un maestoso complesso costituito da un teatro in opera poligonale, un tempio e due edifici porticati ai lati del tempio stesso.

Ufficialmente attribuito ai Sanniti, il complesso fu edificato alla fine del II secolo a.C. in un'area già precedentemente occupata a un luogo di culto.

Capracotta è un piccolo paese dell'Alto Molise. Le origini dell'abitato sono di certo molto antiche, come dimostrano i reperti dell'Età del Ferro rinvenuti in località Le Guastre e i resti delle mura poligonali ancora visibili nei pressi dell'abitato.

Altilia è nel territorio del comune di Sepino (CB). Dell'antico insediamento che sorgeva sulla montagna retrostante, detta di Terravecchia, è attualmente riconoscibile la spendida cinta muraria in opera poligonale il cui perimetro è rintracciabile per buona parte.

In provincia di Teramo mura ciclopiche i si ammirano lungo la circonvallazione nord di Atri, simili alle mura ciclopiche del collettore delle Terme nell'ipogeo della cattedrale della stessa città.

PUGLIA

La Peucetia è il nome del territorio che oggi corrisponde alla provincia di Bari.

Il popolo dei Peuceti rappresenta un gruppo etnico discendente dagli Iapigi. Gli iapigi (o japigi) erano un'antica popolazione indoeuropea che si era stabilita tra il II e il I millennio a.C. nell'attuale Puglia provenienti, molto probabilmente, dall'Illiria.

Le origini della città di Conversano risalgono quanto meno all'età del ferro, quando le popolazioni indigene, iapige o peucezie, fondarono su una collina più alta del territorio circostante una città di nome Norba ("apula" per non confonderla con Norba "latina") e la dotarono di possenti mura in pietra.

Il toponimo infatti significherebbe "città fortificata". A Conversano si conservano importanti resti delle possenti mura di fortificazione in opera poligonale che circondavano l'acropoli dell'antica città posta in altura.

Altamura era uno degli insediamenti peuceti più importanti, situato lungo il percorso di un'antica via di comunicazione che sarebbe diventata la Via Appia.

Il nome della città deriverebbe dalla bella regina dei Mirmidoni, Altea, da cui Altilia, il nome primitivo della città.

Non meno suggestivo è l'altro etimo proposto: Alterum Ilium (altra Troia)..

La nascita di una città peuceta sulla sommità della collina ove ora sorge l'attuale centro storico, segnò l'abbandono degli insediamenti preistorici sparpagliati nel territorio circostante.

Doveva trattarsi di un abitato di notevoli dimensioni che, approssimativamente fra il V e il III secolo a.C. l'abitato fu cinto da una doppia possente cinta di mura megalitiche, in più punti ancora visibili.

Conclusione

Le testimonianza di fortificazioni megalitiche prese in considerazione in questa sede non sono poche, ma comunque la panoramica non è completa a causa della scarsità di materiale fruibile, e soprattutto sono le testimonianze riportate sono insufficienti per accertare la probabile venuta dei Pelasgi in Italia.

Certamente però consolidano il sospetto che un popolo più evoluto e conoscitore dei metalli si insediò nei nostri territori portando un'impennata evolutiva culturale.

Forse non ci sarà mai modo di provare con certezza se trattasse proprio dei Pelasgi o di un altro popolo, anche per la mancanza di documenti scritti che lo possano confermare. Sarebbe comunque interessante poter censire fotograficamente tutte le mura ciclopiche in Italia.

Un modo per avere una documentazione completa che possa essere utile ad ulteriori e più appofondite ricerche partendo da una visuale completa dei reperti nella loro ubicazione geografica.

{Questo è una sorta di appello, o meglio un'iniziativa. Visto che per argomenti come questo l'informazione ufficiale latita abbiamo pensato che la cosa migliore da farsi sia costruirsi da sé la propria informazione.}

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