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Phoenix
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Post subject: Albania, si eredita anche la prigione Post Number: #1 Posted: Fri Nov 12, 2010 2:48 pm |
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Joined: Thu Sep 24, 2009 3:12 am Posts: 415
Gender: Male
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Visar Zhiti wrote: Nell’impero comunista, l’Albania era il più piccolo dei satelliti, ma con la più grande dittatura, la più brutale. Furono condannati scrittori, libri e lettori e, stranamente, anche tombe di poeti. Nell’Albania comunista, dove era stato condannato anche Dio, dove tutto apparteneva allo Stato, la sola cosa che si poteva ereditare era la prigione. Io ereditai la condanna di mio padre, attore dimenticato, poeta sconosciuto, drammaturgo che non doveva pubblicare. Lo incarcerarono appena terminata la Seconda guerra mondiale, mentre io fui condannato per i versi contro la dittatura, e mi liberarono quando di lì a poco sarebbe caduto il regime e si avvicinava il nuovo millennio.
Mio padre. Il sipario era sceso e gli spettatori con i loro applausi e le acclamazioni chiedevano all’autore della commedia di presentarsi alla ribalta. Ma lui tardava e nessuno avvertiva che non poteva presentarsi. Languiva nell’edificio di fronte, abbastanza vicino al teatro, in una cella umida del carcere, nell’antica città balcanica di nome Berat. Che cosa avveniva nella sua cella lo appresi leggendo alcune pagine de Il difficile cammino della vita di Marta, la figlia del principe della Mirdita, Gjon Markagjoni: «Sotto la cella dove ero rinchiusa, tra le fessure del tavolato del pavimento, vedevo, fino alla cintola, un uomo dai capelli e dalla barba bianca, legato mani e piedi, supino. Si lamentava notte e giorno. Mi venivano i brividi. Quando venivano a prelevarlo per portarlo dall’inquisitore, lo trascinavano per scale e corridoi fin lassù, nell’ufficio, sbattendolo da una parte e dall’altra, lo riportavano dopo l’interrogatorio e lo scaraventavano nella cella come un sacco. Sentii il suo nome quando lo chiamavano, Hekuran Zhiti. Lo insultavano continuamente: “Su, cane nazionalista... ti caveremo l’anima!”.
E lui con una voce roca, come uscita dalle profondità della terra quando tuona, gli rispondeva: “Poveracci, alla mia anima non potete fare niente, ce l’ha in mano Dio, che me l’ha data. È forte e nessuno potrà soggiogarla, mentre al mio corpo potete fare ciò che volete. In eterno sarò vostro nemico”. Lo lasciavano senza cibo e lo torturavano continuamente. A quanto pare non soffriva per la fame e la sete, ma per la mancanza di tabacco. Una volta, quando chiese una sigaretta a un ufficiale di guardia, di quelle che gli portava la famiglia, ma che non gli consegnavano come accadeva anche per gli alimenti, perché tutto veniva sequestrato, l’ufficiale gli tirò un calcio in viso dicendogli: “Vuoi anche la sigaretta... merda!”.
Allora, un giorno mi feci coraggio e chiesi io a una guardia una sigaretta. Appena chiuse la porta, mi distesi sul pavimento e attraverso una fessura la gettai a Hekuran. Legato con le mani dietro la schiena, con un grande sforzo, si rigirò e la prese con la bocca. Lo vidi fumare con bramosia, riempirsi i polmoni e poi mandare fuori nuvole di fumo. Alla fine, a fatica e lentamente mi disse: “Dalla voce mi sembri giovane! Di dove sei, di quale famiglia?”. Gli dissi chi ero, che tutta la mia famiglia era stata internata e io incarcerata. “Resisti, figliola” mi disse. “Lo so che è difficile, ma è meglio morire con onore che vivere con infamia”. Lo ringraziai. “Dio ti salvi da questi sanguinari...”».
Hekuran Zhiti era stato incarcerato anche per un poema scritto durante la guerra, adattato poi per il teatro e messo in scena in molte città. Era circolato anche sotto forma di manifestino, che i partigiani si affrettarono a bruciare. Il poema parlava di pace, di pacificazione tra partigiani comunisti e nazionalisti, di amore e di lotta per un sogno comune: la libertà.
Io nacqui già condannato. Mi incarcerarono perché ero figlio di Hekuran Zhiti, e per di più avevo avuto l’ardire di scrivere versi. Mentre insegnavo in un villaggio ai confini con il Kosovo, mandai il libro Rapsodie della vita delle rose all’unico editore dell’epoca, che naturalmente era lo Stato. I redattori, un critico letterario e un poeta, entrambi comunisti e quindi realisti socialisti, dichiararono che le mie poesie erano ostili al regime, tristi ed ermetiche. Seguendo la prassi informarono il Comitato centrale del partito e il ministero degli Interni. Venni arrestato e processato pubblicamente. Condanna: dieci anni di carcere. Ne scontai quasi otto. Naturalmente mi venne vietato di pubblicare e di votare.
In carcere ci legavano e serravano le catene: era la proiezione della loro natura criminale. In cella di isolamento, per mantenere l’equilibrio mentale e spirituale e convivere con il terrore che non riuscivo a dominare, e non avendo la possibilità di leggere libri o scrivere ai famigliari, creai poesie, ma solo mentalmente. Le recitavo a bassa voce, cercando di attenuare la paura.
Quando, in seguito, le recitai a un amico nel campo di lavori forzati della miniera di Spaç, mi disse: «Scrivile, un giorno potresti morire in miniera e solo così noi potremo impararle a memoria e tramandarle». Accadeva spesso nelle gallerie che le pareti franassero, seppellendo i condannati ai lavori forzati. Tra di noi non ci si salutava con un buongiorno o un arrivederci, ma con la formula: «Possa tu uscirne vivo!». Un saluto sconvolgente. Intanto continuavo a scrivere. E dove non ho nascosto i versi, fra gli incubi, i sospetti e il terrore che in quel luogo erano diventati abituali? Dentro le scarpe rotte, negli stivali, negli stracci, nei sacchi degli indumenti, fra gli scarsi alimenti.
Anche i miei compagni di carcere nascondevano i loro «crimini in versi» dove potevano: nel pagliericcio, fra le travi del tetto, scavando in miniera. I fogli, microscopici, spesso diventavano illeggibili, o andavano perduti per sempre. Durante i colloqui riuscii a consegnarne alcuni a mia madre e ai miei fratelli. Ero diventato un buon contrabbandiere dei miei versi. Me li conservarono a casa di mia sorella, in giardino. Invece Disegni di un insegnante di campagna, un mio romanzo breve, andò perduto durante un improvviso controllo dei secondini nel carcere di Spaç. Forse me lo fece scomparire, a fin di bene, qualcuno che mi conosceva, ma senza dirmelo. Io stesso, invece, durante la rivolta del carcere di Qafe-Bari, bruciai due poemi e alcune poesie, certo che mi avrebbero fruttato la pena capitale.
Furono fucilati o impiccati molti poeti. Havzi Nelaj fu l’ultimo condannato all’impiccagione in tutto l’impero comunista. Era il 1988. La sentenza fu eseguita nella piazza centrale di Kukes. La sua colpa? Aveva scritto poesie sui diritti dell’uomo e sulla carta di Helsinki, quando era proibito parlarne. Da noi condannarono anche Dio e abbatterono chiese e moschee. Non si sapeva dove pregare. Io mi inginocchiavo di nascosto e sussurravo: «In nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo e della poesia. Amen!». Nonostante tutto, riuscimmo a creare in carcere i nostri lettori segreti, eroici perché se scoperti avrebbero subìto nuove condanne, forse anche più pesanti di quella dell’autore.
Una volta liberato, pubblicai tutte le poesie del carcere: Croce di carne. E anche i romanzi: Le vie dell’inferno e L’inferno spaccato (scene di vita vissuta nel gulag albanese), La divinità retrograda e l’amata (sulle molte donne incarcerate), e infine Nel tempo degli urli, un mio dono alle sofferenze umane, alla resistenza, al martirio e al dolore.
Ecco infine un segreto: scrivevo in carcere, non solo perché volevo lasciare la mia testimonianza, il mio testamento di poeta, non pensavo alla fama, dal momento che non potevo nemmeno essere una persona, ma, cosa più importante, volevo trovare, e ci riuscii, l’emozione viva, incredibile, bella, di chi crea, quella che forse mi fece sopravvivere nell’abisso, una sorta di miracolo, perché quando scrivevo mi sdoppiavo e il mio doppio come un fantasma varcava il filo spinato della recinzione e così restavo a lungo con tutti quelli che scrivevano nelle stesse mie condizioni, o che leggevano. Mi univo a loro, dunque ero andato al di là del filo spinato, oltre quella macabra recinzione controllata da guardie che ti scaricavano una grandinata di proiettili se solo tentavi di avvicinarti. Così potevo emigrare nel destino, nel ruolo stabilito dalle divinità e non restare nella sventurata esistenza assegnatami dagli assassini.
Intanto mi dedicavo anche alle opere di mio padre, pubblicando i suoi poemi: Rivolta albanese in Paradiso e Sette commedie. E fui veramente felice quando un critico teatrale scrisse che si trovava dinanzi a un «autore elegante, tanto spiritoso, il modello di un Molière albanese, o Calderón, o Goldoni, pieno di gusto e grazia...».
Il suo spirito è entrato nel mio essere come schegge di marmo sepolcrale. Un padre condannato è una patria condannata. E io da Amleto ho preso la pazzia e la vendetta. I libri sono la mia spada. |

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qiellikaltër
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Post subject: Re: Albania, si eredita anche la prigione Post Number: #2 Posted: Fri Nov 12, 2010 9:54 pm |
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Joined: Sat Jul 18, 2009 6:22 pm Posts: 357 Location: Shqipëri
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Bejme mire, sidomos brezi i ri, t'i njohim keto rrefime te ketyre njerezve te vuajtur kaq mizorisht e padrejtesisht!
_________________ "Du t'jem zot, n'timen tok, dje dhe sot, sot e neser."
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